Lo psicologo è un professionista della saluta mentale la cui formazione/attività è regolamentata ( a differenza delle pseudo professioni di aiuto) dalla legislazione italiana; in sintesi, prima di poter esercitare la professione, lo psicologo deve seguire un iter universitario di 5 anni, svolgere un tirocinio annuale, inscriversi ( previo superamento dell’esame di stato) all’albo degli psicologi italiani e seguire le norme legislative e deontologiche stabilite dallo stesso.
La professione di psicoterapeuta ( aperta a medici e psicologi inscritti ai rispettivi albi professionali) comporta la frequenza ed il superamento di un ulteriore percorso di studi specialistico (scuole di specializzazione in psicoterapia pubbliche o private riconosciute dal MIUR ) della durata di 4 anni. Questa breve premessa sulla “professionalità” dello psicologo si rende necessaria per almeno due motivi: la particolarità e la complessità dell’ambito dell’intervento dello psicologo il pullulare di figure pseudo professionali ( non riconosciute) che spesso, senza avere titoli, ne adeguata preparazione, si “offrono” a risolvere i problemi psicologici delle persone. La figura dello psicologo, proprio come la società in cui viviamo, è in continua evoluzione poiché il suo ruolo non è più limitato ( se mai lo è stato) nell’ ambito del disagio psicologico, della “follia”, della diversità, ma è sempre più proiettato nell’ambito del benessere psicologico visto che le persone, in linea con il concetto di salute delineato dall’O.M.S., non si accontentano più di “non stare male” , di non aver problemi psicologici, ma desiderano star bene.
Il concetto di salute, mentale e fisica,non coincide più con l’assenza della malattia ma si identifica con la realizzazione personale e, soprattutto, con il benessere psicologico. In tale ottica, lo psicologo è chiamato ad intervenire non solo in presenza del disagio psicologico ma anche nei casi in cui la richiesta è quella di migliorare il benessere e la qualità della vita. Per quanto riguarda l’intervento classico dello psicologo, ovvero la consulenza ed il sostegno psicologico finalizzati a ridurre la sofferenza psicologica del richiedente attraverso gli “strumenti” del colloquio clinico, dell’empatia, dell’alleanza terapeutica etc., è da sottolineare che anche i motivi della richiesta di aiuto psicologico sono in evoluzione. Oggigiorno la richiesta di aiuto e “cure” psicologiche non è più riferita esclusivamente ai disturbi psicologici classici come la depressione o i disturbi d’ansia, ( vedi area d'intervento clinico) o meglio questi disturbi sono spesso associati, direttamente da chi richiede aiuto allo psicologo, allo stress della vita quotidiana.
Accade sempre più spesso che già al primo contatto con lo specialista, per fissare l’appuntamento in studio, la persona riferisca non solo i sintomi ma anche le cause delle proprie problematiche psicologiche che sempre più frequentemente vengono identificate nello stile di vita moderno ( “sono sempre di corsa”, “non riesco più a conciliare famiglia e lavoro: mi sento in colpa”, “sono molto preoccupato/a di perdere il lavoro “, “ sono affetto/a da disturbi psicosomatici”etc.). Dunque lo stress e gli eventi della vita sono percepiti direttamente o indirettamente come causa dei propri problemi psicologici. Sempre più persone si rivolgono allo psicologo per problematiche di natura affettiva come nel caso di lutti complicati,separazioni, divorzi, abbandoni, pensionamento, distacco dai figli e altre cause che fino a poco tempo fa erano considerate “private” e guaribili solo con il tempo. Ritornando al perseguimento del benessere
PremessaAnsia, Panico e Depressione oltre a rappresentare i termini “psicologici” più ricercati nelle varie ricerche internet costituiscono, con ogni probabilità, le condizioni di disagio psicologico che, con maggiore frequenza, spingono le persone a ricercare aiuto psicologico presso un professionista della salute mentale ( Psicologo, Psicoterapeuta, Psichiatra etc.). Nel linguaggio comune, nella vita di tutti i giorni, spesso si fa riferimento a questi termini anche quando le condizioni o le situazioni non “giustificano” la loro connotazione di disagio e sofferenza clinica, di problema psicologico conclamato, di segni e sintomi che riassumono quadri psicopatologici definiti. Espressioni come: “ oddio, che panico!!”, “quando il capo mi ha chiamato in ufficio mi ha preso il panico!!”, “l’altro giorno ho temuto che mia moglie scoprisse la mia attrazione per xxxx, sai che panico!!!” ( chi legge quest’articolo può facilmente riportare degli esempi tratti dalla propria quotidianità) sono ormai diventati, grazie anche al “contributo” dei mass-media, di uso comune, quasi dei modi di dire. Anche i termini riferiti all’ansia (specie per i vari Disturbi d'Ansia) come quello ossessivo) e alla depressione, spesso utilizzata come sinonimo di tristezza ( “essere giù di corda”) fanno ormai parte del lessico comune a prescindere dalla loro valenza di problema psicologico. Fatta questa piccola premessa, si possono definire brevemente quali sono le caratteristiche, i sintomi, i criteri diagnostici e le problematiche correlate che definiscono un problema d’ansia, un disturbo di panico o un quadro depressivo maggiore.
L’ansia, quando non assume caratteristiche disfunzionali, ha sicuramente una funzione adattiva poiché la sua presenza aiuta l’individuo ad anticipare un possibile pericolo innescando tutta una serie di risposte (fisiologiche, cognitive, comportamentali) che preparano l’organismo a fronteggiare la possibile minaccia attraverso il comportamento di attacco o fuga. In termini adattivi ed evolutivi, si può affermare che l’ansia è stato uno dei principali strumenti che hanno garantito la sopravvivenza dell’uomo. L'ansia può essere considerata come uno stato "spiacevole" di preoccupazione o di attesa di un pericolo che però non è definito, questa condizione la differenzia dalla paura dove l'oggetto è invece definito o circoscritto.
In sostanza, per l’uomo contemporaneo, gli stati ansiosi sono sostenuti dalla percezione che scopi, obiettivi, interessi o investimenti della persona sono gravemente minacciati, ovvero la persona avverte il rischio che questi "beni" possono essere compromessi o perduti. Gli scopi minacciati ritenuti fondamentali per la persona possono essere di diversa natura e naturalmente variano da individuo a individuo, ad esempio possono riguardare aspetti o valutazioni legati alla propria persona ( essere una persona amabile, di valore, stimata, ammirata, in salute etc.) o a persone care ( futuro dei figli, salute dei propri cari, rapporto affettivo con il proprio partner etc.). In questo senso, l’ansia può essere considerata quindi come una sorta di allarme che segnala la presenza di una minaccia a “beni” considerati irrinunciabili. Va precisato che normalmente l’ansia segnala la minaccia e non la perdita irreversibile di uno scopo o "bene",condizione questa che tipicamente si accompagna alla depressione. Come detto in precedenza, l’ansia è sicuramente un “emozione” adattiva ed ha il merito di aver contribuito alla sopravvivenza e all’evoluzione dell’uomo in un tempo in cui le minacce erano ben differenti ( immaginiamo gli uomini primitivi nel loro habitat dove normalmente bestie feroci e altri pericoli attentavano alla propria vita!!) rispetto ad oggi.
Fondamentalmente i meccanismi psicofisiologici che governano l’ansia sono rimasti immutati da milioni di anni, per cui quella che in altri tempi poteva rappresentare una risposta “salva-vita” oggi può creare più problemi che vantaggi poiché i pericoli e le minacce dei nostri giorni sono molto più sfumate. Paradossalmente, oggigiorno, la risposta ansiosa invece di rappresentare una soluzione può costituire un problema (come se il cervello continuasse a ricevere dei falsi allarmi di pericolo e attivasse l’organismo per fronteggiarlo). Lo stato ansioso si caratterizza infatti per l’aumento delle normali risposte fisiologiche ( aumento del battito cardiaco, difficoltà respiratorie, sintomi neurovegetativi come sudorazione, bocca secca, vampate di calore, iperventilazione etc.), psicologiche ( la persona ansiosa percepisce il timore o la paura di qualcosa di indefinito, ha la sensazione che stia per succedere qualcosa di negativo, gli stati di apprensione e preoccupazione si fanno frequenti cosi come le rimuginazioni) e comportamentali, come se l’organismo raccogliesse le forze per fronteggiare, con l’attacco o la fuga, una minaccia o un pericolo.
L'ansia, oltre ad essere caratterizzata da vissuti di preoccupazione, apprensione, confusione, testa vuota, e spesso accompagnata da manifestazioni somatiche: I sintomi somatici possono investire ogni sistema o apparato. Frequentemente si manifestano sintomi cardiovascolari come tachicardia, palpitazioni, extrasistoli, alterazioni della pressione arteriosa e dolori al torace o in sede precordiale. Talora l’individuo lamenta difficoltà respiratorie con improvvise sensazioni di soffocamento o di mancanza del respiro. Comuni sono i disturbi gastrointestinali che si manifestano con stitichezza, diarrea, nausea, vomito, bruciore o dolore gastrico. I disturbi somatici più frequenti sono i sintomi cosiddetti "neurovegetativi" quali sudorazione, sensazioni di freddo o di caldo, bocca secca, senso di vertigine o di sbandamento. Comuni sono i disturbi del sonno con difficoltà di addormentamento o risvegli frequenti durante la notte e disturbi dell'alimentazione sia con riduzione che con aumento dell'appetito.
I principali sintomi che si accompagnano all’attacco di panico riguardano palpitazioni o tachicardia, sudorazione, tremori, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore al petto ( frequentemente l’attacco di panico viene scambiato per un infarto), nausea o disturbi addominali, sensazioni di sbandamento, instabilità o svenimento ( lo svenimento vero e proprio è un evento alquanto raro), derealizzazione o depersonalizzazione ( ovvero la sensazione che l’ambiente circostante o il proprio corpo assumono contorni strani ed inusuali come se non appartenessero alla persona o vissute come in un sogno), parestesie (sensazioni di torpore o formicolio), brividi o vampate di calore. Quando gli attacchi di panico si fanno frequenti ed inaspettati e la persona vive una perenne preoccupazione che questi possano ripresentarsi, viene diagnosticato il Disturbo con Attacchi di Panico con o senza Agorafobia.
Classicamente il primo attacco di panico giunge in maniera inaspettata cogliendo di sorpresa e terrorizzando la persona che, da quel momento (sono davvero poche le persone che non ricordano il loro primo attacco di panico), si trova a vivere in uno stato di continua sofferenza e preoccupazione, spesso di franca depressione, che peggiorano notevolmente la propria qualità della vita. La letteratura e l’esperienza clinica concordano nel ritenere che il primo attacco di panico è spesso preceduto da eventi significativi quali possono essere separazioni, divorzi, lutti, licenziamenti, trasferimenti, ma anche matrimoni, nascita di figli, promozioni e altri eventi correlati con un significativo aumento del senso della responsabilità ( importante fattore da approfondire in sede di terapeutica) e quindi dell’ansia e dello stress.
La Depressione, così come si manifesta nel Disturbo Depressivo Maggiore, rappresenta un entità clinica particolarmente invalidante, tanto da compromettere significativamente i diversi ambiti ( sociale, lavorativo, affettivo ecc.) della vita dell’individuo. L’aspetto più caratteristico che accompagna la depressione è una marcata flessione dell’umore che tipicamente si riflette sullo stato d’animo della persona depressa che appare scoraggiata, abbattuta, malinconica e disperata.
A differenza della tristezza, che può essere considerata uno stato d’animo normale e passeggero, la depressione si presenta agli occhi dell’individuo come condizione permanente, immodificabile e quindi senza speranza. La differenza tra la depressione clinica e la “normale” tristezza consiste nel fatto che quest’ultima, oltre a poter essere reattiva ad alcuni avvenimenti della vita particolarmente importanti (ad esempio, lutto, separazione, divorzio, malattie, disoccupazione, trasferimento, solitudine e diverse altre situazioni avverse), presenta un carattere di transitorietà, ovverosia, la persona dopo aver sperimentato i sentimenti di tristezza, vuoto, mancanza di fiducia e abbattimento, coerenti e funzionali con l’esperienza di vita che sta vivendo inizia, pian piano, un lento ma graduale recupero che gli consentirà, elaborata l’esperienza negativa, di poter nuovamente affrontare la vita con le giuste risorse.
Nella depressione la mancanza di speranza, oltre ad essere cronica e difficilmente scalfibile, è probabilmente uno dei motivi che spinge un numero significativo di depressi al suicidio (si stima che il 15% dei soggetti affetti da Disturbo Depressivo Maggiore grave muore per suicidio). La depressione è inoltre comprovata dal disinteresse per attività che in passato sono state fonte di piacere (hobby, abitudini, amici, attività ecc.). Nella depressione, oltre alla flessione dell’umore si possono accompagnare altri sintomi, in maniera variabile da individuo a individuo, quali alterazioni del sonno, dell’appetito, stanchezza, faticabilità, rallentamento psicomotorio, agitazione, rallentamento del pensiero, difficoltà di concentrazione, sentimenti di colpa e auto-svalutazione, ruminazione ossessiva, rimuginio, difficoltà sessuali, lamentele somatiche, abuso di sostanze, ideazione suicidaria.